Tutto tranne che

Tutto tranne che… parlare troppo dello scrivente, dando piuttosto importanza agli argomenti e casomai la parola a coloro che vorranno intervenire non solo per commentare ma anche per scrivere essi stessi dei contributi.

Tutto tranne che…. la scopiazzatura di siti o blog già esistenti, piuttosto il tentativo di battere strade meno consuete, interessandosi ad argomenti curiosi e specifici, con un marcato gusto della extra-vaganza anche su aree marginali del giallo, in particolar modo toscano, o su aspetti della produzione letteraria comunque ad esso riconducibili.

Tutto tranne che… l’ennesima occasione per i leoni da tastiera di sputare le loro sentenze contro questo o quello. Da parte mia piuttosto il massimo rispetto per gli Autori e per le opere, gli uni e le altre certamente criticabili ma sempre dentro i limiti del buon gusto. In questo senso va la scelta di filtrare i commenti prima di pubblicarli, proprio al fine di evitare spiacevoli equivoci.

Tutto tranne che…. un susseguirsi solo di articoli, piuttosto un dare voce mediante apposite interviste a figure impegnate nella produzione letteraria del mystery non meno che nella sua fruizione più accorta.

Tutto tranne che… una tediosa lungaggine.

Buona lettura e, ancor più, buona partecipazione al blog.

Enzo Linari

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Intervista a Nicola Gaggelli, scrittore di crime toscano

Ringrazio sentitamente il poggibonsese Nicola Gaggelli per la bella intervista che mi ha concesso nell’imminenza dell’uscita del suo primo romanzo di genere crime, Pesto e acciughe.

Nicola Gaggelli

Grazie della disponibilità, e per cominciare, mi piacerebbe capire come è nato il rapporto di Nicola Gaggelli con la scrittura narrativa.

Non è semplice spiegare come un laureato in discipline scientifiche – ho studiato Chimica e Tecnologia Farmaceutiche e conseguito un dottorato in Scienze Chimiche – sia arrivato alla scrittura narrativa e creativa. Eppure, due persone hanno avuto un ruolo decisivo nel mio percorso.

La prima è stata la mia insegnante di lettere al Liceo Scientifico di Colle Val d’Elsa. La sua passione per la letteratura italiana del Novecento e per Dante era travolgente: ogni lezione sembrava un atto d’amore verso i testi. Ci incoraggiava alla lettura critica e alla stesura di brevi recensioni, in un’epoca (fine anni ’70, inizio ’80) in cui questo tipo di esercizio non era affatto scontato. Io avevo un rapporto difficile con l’espressione orale, preferivo scrivere. Un episodio lo racconta meglio di qualsiasi spiegazione: durante un colloquio con i miei genitori, la professoressa disse a mia madre, con la sua consueta franchezza, «Se voglio sapere come la pensa Nicola su un argomento, devo farglielo scrivere». Aveva ragione.

La seconda figura fondamentale è stata mio zio, Marcello Pacciani, storico e scrittore poggibonsese. A lui mi sono ispirato quando ho iniziato a comporre i miei primi racconti, poi raccolti in un libretto stampato e distribuito in proprio. Nulla di memorabile, anzi… Erano ricordi d’infanzia e adolescenza mescolati ai primi tentativi di narrativa di fantasia. Per questi ultimi mi divertivo a osservare le persone incontrate per strada o in autobus e a immaginare storie sulla loro vita. Stampai circa trecento copie, che finirono in pochi mesi. Ci rimisi dei soldi, ma non aveva alcuna importanza.

Con uno di quei racconti partecipai al Premio Nazionale “Scrivere Oltrepensiero”. Arrivai tra i finalisti e il testo venne pubblicato sulla rivista letteraria Prospektiva. Quel riconoscimento fu la spinta decisiva, la conferma che valeva la pena continuare a scrivere.

Hai continuato scrivendo racconti. In che modo è maturata la decisione di affrontare la stesura di un romanzo?

Ho continuato a scrivere racconti e a partecipare a concorsi e antologie, e lo faccio ancora oggi. Accanto alla scrittura, un’altra mia grande passione è la musica. Non so suonare alcuno strumento, ma possiedo una vasta collezione di vinili e CD: dalla musica classica all’heavy metal, dal jazz ai cantautori, con un’adorazione particolare per i Pink Floyd e Fabrizio De André.

Proprio da questa passione è nata l’idea di EllePi – Storie a 33 giri, pubblicato nel 2012 da Enter Edizioni. Si tratta di quattordici racconti, il cui filo conduttore è rappresentato dalle canzoni che li hanno ispirati. In EllePi – Storie a 33 giri le canzoni non sono semplici riferimenti: diventano incipit, si intrecciano ai racconti, ne sottolineano i passaggi o ne chiudono il cerchio.

Due anni dopo è uscita un’altra piccola raccolta – in realtà composta da due soli racconti – dedicata ai ragazzi: Thiago e il record dell’imbattibilità e altre storie, edita da Butterfly. Qui ho vissuto il mio primo scontro con una casa editrice. Io immaginavo un pubblico tra gli 11 e i 14 anni, perché i temi erano la lealtà sportiva da un lato e, nell’altro racconto, dolore, alcolismo e redenzione. L’editore, invece, ha voluto abbassare drasticamente l’età di lettura, inserendo illustrazioni e una copertina realizzate da una disegnatrice. Il risultato non mi rappresentava. Non credo di aver raggiunto le cento copie vendute, comprese quelle acquistate da me.

Successivamente ho scritto un racconto noir per un’antologia. Non venne selezionato, ma i commenti dei giurati furono illuminanti: secondo loro sembrava l’incipit di qualcosa di più ampio. È stato proprio quel giudizio a farmi scattare la scintilla. Da lì è nata l’idea del mio primo romanzo giallo.

Prima di entrare nel merito del tuo romanzo, vorrei che ci illustrasse meglio i tuoi gusti letterari, in particolare del genere crime.

In realtà sono molto ampi, con l’esclusione netta di tre generi: fantasy, fantascienza e horror. Fino ai quarant’anni ho letto un po’ di tutto, con una particolare predilezione per le saghe familiari e la narrativa sulla Shoah. Mi sono anche appassionato alla letteratura sudamericana, soprattutto Isabel Allende e Gabriel García Márquez.

Il mio avvicinamento al giallo, al noir e al thriller è iniziato con un romanzo di Henning Mankell, Il ritorno del maestro di danza. Da lì si è aperto un mondo: ho scoperto il noir scandinavo e sono diventato un lettore assiduo – anzi, direi un vero “divoratore” – dello stesso Mankell, Jo Nesbø, Camilla Läckberg e Stieg Larsson.

Per quanto riguarda gli autori italiani, prediligo Roberto Costantini (in particolare la serie dedicata a Michele Balistreri), Andrea Camilleri, Antonio Manzini – adoro il suo modo di mescolare crime e ironia – e Ilaria Tuti.

Veniamo quindi al romanzo Pesto e acciughe: come lo presenteresti?

Come detto, il romanzo nasce da un racconto che non era stato selezionato per un’antologia. Curiosamente, non l’ho usato come incipit: nel libro è finito quasi alla fine. Pesto e acciughe affonda le sue radici in una mia grande passione, trasmessami da mio padre: l’archeologia. Fin da bambino la libreria di casa era piena di volumi sulle grandi civiltà del passato; da adulto ho continuato ad alimentare questa curiosità, soprattutto verso la civiltà etrusca. Essendo nato e vivendo nella terra dei Rasna (così amavano chiamarsi coloro che erano stati ribattezzati Tirreni dai Greci o Etruschi dai Latini), mi è venuto naturale immaginare una storia in cui le vicende contemporanee si intrecciano con quelle di un popolo che tutti considerano estinto, ma che nelle pagine del romanzo torna a vivere.

Non avendo mai scritto un crime, ho sentito la necessità di documentarmi. Ho approfondito diversi aspetti della criminologia sul manuale di Silvio Ciappi e su Scena del crimine di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. Ho letto anche Chimaira di Valerio Massimo Manfredi e testi sulla scrittura etrusca. È stato un lavoro appassionante: più procedevo nella stesura, più mi divertivo. Scrivevo, cancellavo, riscrivevo, modellavo i personaggi… e ogni passaggio era un piacere autentico.

Spero che lo stesso divertimento arrivi anche ai lettori.

Se il romanzo è un crime legato al mondo etrusco, come si spiega un titolo come Pesto e acciughe?

In realtà avevo pensato a un titolo alternativo, L’ombra dell’etrusco, legato al fatto che l’assassino – uso il neutro per non svelare se è un uomo o una donna – lascia come firma una copia di Ombra della Sera, la celebre statuetta in mostra al Museo Guarnacci di Volterra. Alla fine, però, ha prevalso un titolo che rimanda direttamente al protagonista, il vicequestore di Siena Carlo Insaccanebbia, spezzino di origine. Schivo, insofferente ai riflettori e allergico ai giornalisti, Carlo affida le sue intuizioni migliori a un rito familiare sacro e irrinunciabile: la preparazione del pesto, che per lui è quasi una forma di meditazione.

Non amo definire Pesto e acciughe un giallo gastronomico. Nel romanzo, la preparazione del pesto è per Insaccanebbia un attivatore di neuroni, un catalizzatore di idee e intuizioni. Pesto e acciughe è un piatto tipico della tradizione senese e, fino a qualche anno fa, prima dell’omologazione imposta dal mercato, era facile trovarlo nelle vecchie bettole del centro storico. Ma il pesto usato per le acciughe era di prezzemolo, non di basilico.

A controbilanciare il vicequestore, c’è il maggiore dei Carabinieri Vincenzo Stano. Vive immerso ogni giorno nel lato più oscuro dell’animo umano, ha risolto casi complessi e ha visto ciò che molti non reggerebbero. Razionale e metodico, è l’opposto perfetto di Carlo. I due sono stati compagni di classe al liceo, poi si sono persi di vista dopo la maturità. Si ritrovano a una rimpatriata e dovranno recuperare l’affiatamento di un tempo per fermare la mano assassina.

In realtà, questa non è la prima apparizione di Carlo Insaccanebbia: era già stato protagonista del racconto Il ladro di pannolini in EllePi – Storie a 33 giri. Allora era commissario di Poggibonsi e il pesto non faceva ancora parte del suo mondo. È stata un’intuizione arrivata in seguito, e ha finito per definirlo.

Il tuo romanzo è ambientato in Toscana: in quali luoghi precisamente, e cosa ha orientato le tue scelte?

Sono profondamente legato alla mia terra d’origine, e per questo non ho mai davvero contemplato un’ambientazione diversa per il mio romanzo. La storia si radica nella Valdelsa e a Siena, ma si apre anche verso Firenze, Livorno, Volterra – l’antica Velathri etrusca – e verso due perle del Tirreno, anch’esse abitate in epoca remota dagli Etruschi: Baratti e Castiglioncello. Quest’ultima, che considero il mio buen retiro, meritava un omaggio speciale, e ho scelto di farle accogliere la parte conclusiva del racconto.

Mi sono concesso ampie libertà narrative nella descrizione di alcune necropoli etrusche, adattandole alle esigenze della trama e all’atmosfera che desideravo evocare.

Il mare di Castiglioncello al tramonto

Come nelle tue opere precedenti, anche nel romanzo non mancano riferimenti a brani musicali. Che ruolo gli attribuisci?

In realtà non ho inserito molte citazioni musicali nel romanzo: soltanto due brani hanno un ruolo significativo nella narrazione. Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd, che rispecchia il mondo interiore e la complessità psicologica dell’assassino, e Non torneranno più dei Negrita, legata invece al vicequestore Insaccanebbia e al ricordo del suo migliore amico, tragicamente scomparso in un incidente stradale.

La scelta della canzone dei Negrita è un anacronismo deliberato: il brano è stato pubblicato nel 2018, mentre la vicenda del romanzo si svolge nel 2012. Ho voluto comunque inserirlo perché la sua atmosfera emotiva, il suo modo di parlare di assenze e di ferite che non si rimarginano, era perfettamente in sintonia con ciò che volevo evocare nel personaggio.

Vorrei poi chiederti come è riuscito un poggibonsese a incontrare un editore friulano come Morganti.

Avevo iniziato a scandagliare il web alla ricerca di un editore NO EAP, o comunque di una realtà che non pretendesse l’acquisto di un numero spropositato di copie. C’ero già passato e sapevo bene che gli editori a pagamento non hanno alcun reale interesse a promuovere un libro: il loro guadagno lo ottengono prima ancora che il volume veda la luce.

Questa volta volevo altro. Cercavo un editore che credesse davvero in ciò che avevo scritto, che decidesse di pubblicare il mio romanzo perché lo riteneva valido, non perché ero disposto a pagare.

Fu così che mi imbattei in Morganti Editori. Il loro catalogo, diviso tra narrativa e gastronomia, mi colpì subito. Notai la collana di narrativa gialla (Giallo Morganti) e quella delle antologie giallo-culinarie (Cattivi Golosi). In più ripubblicavano autori come Chesterton, il creatore di Padre Brown, e Carlo Sgorlon, che avevo letto molti anni fa. Decisi di tentare.

Il giorno dopo l’invio del manoscritto – era il 1° novembre 2023 – ricevetti una telefonata sul cellulare. L’uomo dall’altra parte si presentò come Paolo Morganti, l’editore. Mi disse di aver letto il prologo e di averlo trovato interessante. Per un attimo pensai a uno scherzo, ma non avevo detto a nessuno, neppure ai miei familiari, di aver inviato il manoscritto a una casa editrice.

A marzo 2024 firmai il contratto di edizione. Morganti mi propose anche di partecipare a un’antologia di racconti, Pizzakiller, per la collana Cattivi Golosi, che uscirà prossimamente.

Da Morganti Editori ho imparato molto. Sotto la loro guida ho collaborato all’editing e alla revisione del romanzo, scoprendo quanto possa essere prezioso un confronto editoriale autentico, fondato sulla fiducia e sulla cura del testo.

Pesto e acciughe rimarrà figlio unico?

Non è affatto mia intenzione fermarmi a Pesto e acciughe. Anzi, un secondo romanzo con lo stesso investigatore è già in lavorazione. Carlo Insaccanebbia non è un personaggio “usa e getta”: ha ancora molto da raccontare, e io con lui.

In questa nuova storia il maggiore Stano rimane sullo sfondo, con un ruolo più marginale. Cambia invece il magistrato: Chiara Lorenzini lascia il posto a un collega uomo. Un cambio che può modificare radicalmente i rapporti di potere e il tono delle indagini. Resta invece Lapo Badalamenti, il questore dal cognome da mafioso – così lo hanno soprannominato i suoi detrattori – e il rapporto con Insaccanebbia si fa ancora più teso, più spigoloso.

Il romanzo affonda le sue radici in un capitolo oscuro della nostra storia recente: il fascismo vissuto nelle piccole città della Toscana e ciò che Giampaolo Pansa ha definito “il sangue dei vinti”. Ho letto quasi tutto ciò che Pansa ha scritto, e il suo sguardo sulle ferite mai del tutto rimarginate del Novecento italiano ha influenzato profondamente l’impianto tematico di questa nuova indagine.

Nicola Gaggelli e….

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La lunga ombra del mistero in “Chimaira” di Manfredi

Con grande piacere accogliamo la collaborazione al sito di LUISA ZAMBON, docente di Italiano, Latino e Storia al Liceo “S. G. Bosco” di Colle di Val d’Elsa. Esordisce con la recensione di un romanzo di Valerio Massimo Manfredi in cui gli aspetti polizieschi sono intimamente legati a quelli storici e culturali di una delle più suggestive cittadine della nostra Toscana.

Luisa Zambon

Archeologìa s. f. [dal gr. ἀρχαιολογία comp. di ἀρχαῖος «antico» e -λογία «-logia»]. – Studio e conoscenza dell’antichità in genere. Più in particolare, la scienza dell’antichità che mira alla ricostruzione delle civiltà antiche attraverso lo scavo e lo studio della varia documentazione monumentale, dei prodotti artistici e delle iscrizioni.”

Così si trova scritto e spiegato al termine archeologia su Treccani (versione online).

E quindi con facile riscontro nella realtà immaginiamo, anzi, vediamo, schiere di più o meno giovani appassionati del passato remoto destreggiarsi tra ricerche in biblioteca, scavi in loco, possibilmente in siti nascosti dal tempo e dall’oblio, alla ricerca della scoperta sensazionale o, al minimo, inaspettata.

Troppo facile dedurre che ogni archeologo e archeologa abbia le fattezze di Indiana Jones o di Lara Croft. Può chiamarsi semplicemente Fabrizio Castellani, non avere caratteristiche particolari, essere stato lasciato dalla sua ragazza da poco e nutrire la speranza di “vincere un posto da ricercatore all’Università di Siena” (p. 7).

Un giovane normalissimo, che si presenta con una certa apprensione dal Soprintendente regionale Nicola Balestra per ottenere il permesso di condurre ricerche approfondite su “un pezzo di grande valore” conservato nel Museo della città, dove potrà trattenersi anche oltre l’orario di chiusura.

Siamo a Volterra, l’antica etrusca Velàthri. Cittadina tranquilla, adagiata su un colle da cui domina la Val d’Era e la Val di Cecina, conserva ben visibili le tracce del suo passato, quello più recente medievale e mediceo, quello più lontano etrusco e romano. Ma è senza dubbio l’antica presenza etrusca ad affascinare il nostro giovane archeologo, impegnato nell’osservazione attenta e meticolosa del più famoso reperto simbolo della cittadina stessa: l’Ombra della sera, la statuetta in bronzo risalente al III sec. a.C., alta poco meno di 60 cm.: “Era l’immagine acerba ed esile di un bambino triste dal corpo gracile, esageratamente allungato, dal volto minuto e dallo sguardo malinconico in cui pure sopravviveva un’ombra di naturale spensieratezza, troncata anzitempo dalla morte” (pp. 15-16).

Chimaira, Mondadori, 2001

Tutti più o meno hanno visto, o dal vivo o in foto, la statuetta e, a parte la malinconia con cui sembra presentarsi al giovane studioso, quale mai nuovo particolare può rivelare un’ulteriore indagine su di essa? Eppure qualcosa trascurato da altri agli occhi di Castellani appare: una sorta di ferita sul fianco destro. Senonché la concentrazione dell’archeologo è turbata da una telefonata in cui gli si intima di lasciare in pace il fanciullo (!), a cui segue, poco dopo, “un verso ferino acuto e prolungato, un urlo feroce di sfida e di dolore, l’ululato di un lupo nella notte di Volterra” (p. 17).

Siamo solo alle prime pagine del romanzo di Manfredi e già l’atmosfera si incupisce, promette sviluppi interessanti e inquietanti, ci immerge in un presente (anche se il romanzo risale al 2001) su cui si allungano le ombre di un tempo lontanissimo, gli echi di un evento non ancora compiuto del tutto.

Valerio Massimo Manfredi

Il protagonista si troverà, suo malgrado, ad esercitare le sue doti osservative anche fuori dell’ambito strettamente archeologico, sarà costretto a collaborare col tenente dei Carabinieri Marcello Reggiani per indagare sulle morti in apparenza inspiegabili di alcuni personaggi, i cui cadaveri rivelano una ferocia inaudita e bestiale, veri e propri massacri, da parte di chi li ha uccisi. Attraverso gli occhi di Castellani conosciamo tombaroli e furti d’arte su commissione, necropoli nascoste, tavole di bronzo con iscrizioni misteriose intrise di maledizioni, casolari di campagna che non sono quel che sembrano: “Entrò e si trovò in una specie di camerone con un pavimento malconcio di cotto e pareti intonacate adorne di improbabili affreschi di ispirazione etrusca. Una ancor meno probabile danzatrice in panni simil-etruschi ondeggiava al suono della musichetta New Age …” (p. 116).

Il teatro della vicenda, ripetiamo, è una delle cittadine toscane più conosciute al mondo, uno dei luoghi più suggestivi in cui si “leggono” gli anni, i secoli, i millenni in una stratificazione di epoche diverse che ha affascinato non solo gli studiosi e gli archeologi. Ricordiamo che Volterra è stata scelta come location di sceneggiati Tv e film (Ritratto di donna velata, 1975; New Moon, parte della saga The Twilight, 2009, per citarne alcuni), di ambientazione per i romanzi di Cassola e d’Annunzio (La ragazza di Bube, Fausto e Anna, Forse che sì forse che no); compare in una canzone di Lucio Dalla, La bambina (1973): attraverso lo sguardo e l’innocenza di una bambina, il cantautore richiama la battaglia di Volterra del luglio 1944, combattuta tra gli americani della Quinta Armata e le retroguardie tedesche.

Uno scorcio di Volterra

Valerio Massimo Manfredi è solo l’ultimo di una serie di artisti che ha voluto “omaggiare” Volterra rendendola coprotagonista dei personaggi, non solo spazio funzionale della narrazione. E grazie al suo romanzo possiamo passeggiare per le antiche strade e, forse, chissà, avere la fortuna di Castellani e scoprire un altro tassello del passato: “… un meraviglioso affresco sulla parete che gli stava di fronte con una scena di banchetto, danzatori e suonatrici di flauto avvolte in vesti leggere. … Si volse intorno e vide da un lato un grande sarcofago con le immagini di due sposi coricati … e contemplò muto di stupore quei volti senza tempo, la fissità dei loro sorrisi enigmatici” (p. 239).

Eppure quei sorrisi senza tempo nascondono un segreto agghiacciante come il rantolo feroce di una chimera.

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Dalla scuola alla scrittura: biografia letteraria di Daniela Mancini

Daniela Mancini

Ha sempre avuto passione per la scrittura, il teatro e la storia dell’arte. All’inizio di carriera lavora come documentalista all’Opificio delle pietre dure a Firenze, dove cataloga gli antichi disegni preparatori degli intarsi che i maestri artigiani eseguivano con le pietre preziose su mobili e tavoli. Erano custoditi in un vecchio cassone nell’ex refettorio all’ultimo piano dell’edificio, la ricerca era di grande soddisfazione, ma le mancava il rapporto umano con gli studenti e a seguito di concorsi è passata nella scuola.

Da insegnante, alla Scuola Media di Cerreto, insieme con gli alunni, riduce in testi teatrali, che poi venivano recitati da loro stessi, fatti storici per meglio farli comprendere, ad es. “Il Medioevo visto da Dante e Carducci”, “Il congresso di Vienna”, “Nelle trincee della prima guerra mondialeecc. Ancora oggi incontra gli ex alunni che si ricordano con piacere le loro interpretazioni. Organizza per le sue classi viaggi su tematiche artistiche, ad es. “Giotto ad Assisi e a Padova, le “Cattedrali romaniche e gotiche”, “Mosaici e affreschi precursori dell’inferno dantesco, ecc. Ricorda che un alunno, al ritorno da Orvieto, scendendo dal bus, ha commentato entusiasta alla madre: “Tutto bello, tutto grande”. Dopo molti anni gli studenti che rincontra rievocano con entusiasmo quelle vere gite d’istruzione.

Intraprende la lunga carriera di preside nel 1996 all’IPCT Tarantelli di Sant’Elpidio, nelle Marche, poi continuata all’IIS Checchi di Fucecchio e conclusa all’IIS Ferraris-Brunelleschi di Empoli e in contemporanea dal 2009 è stata reggente all’IC di Lamporecchio, all’IPIA Pacinotti di Pontedera e di nuovo al Checchi, all’IC di Vinci, e infine alla DD di Rosignano M.mo.

Dirigendo istituti tecnici e professionali ha inteso aprire gli studenti del Ferraris-Brunelleschi a esperienze internazionali e dà vita al progetto: “Il lavoro italiano nel mondo”. Accompagna alcuni alunni delle ultime classi nelle ambasciate italiane all’estero, dove ambasciatori, consoli o funzionari, spiegano loro le attività italiane presenti, e come fare per studiare, ottenere borse di studio o lavorare in quegli Stati. Le prime mete sono state: la Tunisia, l’Egitto, il Marocco e poi New York, Russia, Dubay, Canada, Sudafrica, California ecc. ecc. Uno di quei partecipanti, incrociato per caso dopo qualche anno le ha detto: “Frequento Architettura, se non troverò lavoro in Italia andrò a Abu Dhabi”.

Al consolato italiano in Sudafrica

Avendo acquisito esperienza di tutti gli ordini di scuola, si è occupata della formazione di docenti e colleghi dirigenti scolastici. Ha ideato due sceneggiature: La Malaskuola e Resistenze su cui il regista Leonardo Moggi ha girato due cortometraggi. In forma umoristica rende evidenti pregiudizi e metodi obsoleti nell’insegnamento. Per par condicio anche i comportamenti del dirigente sono presi in esame. Gli attori interpreti sono stati alcuni collaboratori scolastici, impiegati e docenti del Ferraris- Brunelleschi, spesso con ruoli invertiti.

Nel 2018 pubblica il saggio sulla scuola: La campanella suona sempre due volte.(Premio Letterario Nabokovper la Saggistica) che raccoglie le esperienze di formazione. A oggi ha continuato a tenere i corsi nelle scuole superiori.

Il romanzo: La tua storia nella mia esce nel 2016. È un excursus, in forma autobiografica sui cambiamenti sociali nei nostri paesi dalla fine della mezzadria agli anni Novanta. Primo classificato insieme al romanzo di formazione: Per distrazione al “Premio Letterario Internazionale Sissa (PR)2017”. Questo ha inoltre conseguito premi al “XX Premio Letterario Firenze Capitale D’Europa 2017” e nel “Concorso Letterario Internazionale Città di Pontremoli 2018”.

Per distrazione ha per protagonisti due giovani nel loro percorso di crescita tra le contraddizioni del mondo moderno, dai social alle difficoltà di trovare un lavoro qualificato, dall’apertura dell’Erasmus ai legami familiari. È ambientato a San Zanobi, una cittadina immaginaria della Toscana. Tale collocazione è ripresa nei romanzi gialli.

Per il teatro nell’ambito del progetto “Montalbano Letterario” ha scritto le commedie comiche: L’improbabile incontro tra Giovan Santi Saccenti e Renato Fucini 2021; Festa a sorpresa in onore di Isabella De’ Medici 2022; Emma Perodi e i briganti di Cerreto 2023; Omaggio a Isabella De’ Medici e alla sua corte 2024. L’ultima commedia, nel 2025 è In giro ascoltando voci celebri del territorio. Insieme alla parte di invenzione vengono letti degli estratti dalle opere di letterati originari dei nostri territori. Queste commedie sono messe in scena con la sua regia dall’associazione “La Maschera” di Cerreto Guidi.

A ottobre del 2021 è uscito il poliziesco L’Ombra della sera Ed. Polistampa.

Il romanzo Concavo o convesso è il secondo della trilogia che ha per protagonisti la commissaria Irene Gando e l’ispettore Carlo Lamanna. Da inedito ha vinto il primo premio per la migliore protagonista femminile al “Giallo Festival Bologna 2024”. È pubblicato dall’editore Pacini a febbraio 2026.

In parallelo alle varie attività ha mantenuto la passione per le tradizioni popolari. Ha ottenuto ilPremio Domenico Rea” Empoli 2017” per il racconto.

Dal 2021 è Presidente del Centro di Documentazione Tradizioni Popolari Empolese Valdelsa.

Una delle molte attività culturali organizzate dalla scrittrice

Svolge il suo impegno verso la comunità come consigliere comunale dal 2019 al Comune di Cerreto Guidi, carica rinnovata nel 2024.

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Intervista con Daniela Mancini: tra Giallo e Società

Daniela Mancini, saggista e scrittrice versatile, ha da poco pubblicato presso Pacini Editore il suo secondo romanzo poliziesco, “Concavo o convesso”. La ringraziamo cordialmente per questa intervista, in cui tocca vari aspetti del suo universo creativo.

Daniela Mancini

D. La prima domanda è d’obbligo: come sei approdata alla scrittura?

R. Ho sempre scritto, da insegnante scrivevo piccole pièce teatrali, insieme agli alunni, per illustrare fatti storici, ad es. “Il congresso di Vienna”, “Nelle trincee della prima guerra mondiale”, “Il Medioevo di Dante e di Carducci”. Ho iniziato a pubblicare però solo molto più tardi e con generi diversi.

Copertine dei primi romanzi e di antologie di racconti di Daniela Mancini


D. Nella tua produzione letteraria e saggistica c’è una grande attenzione alle vicende del territorio in cui vivi. Quale rapporto senti di avere con la tua terra?

R. Ho uno stretto rapporto con la realtà sociale, scolastica e culturale dell’Empolese Valdelsa. Non saprei immaginarmi altrove.

Daniela Mancini riceve il Premio città di Pontremoli 2018 per il romanzo “PER DISTRAZIONE”


D. Nei tuoi romanzi, anche polizieschi, trovano moto spazio i dialoghi tra i personaggi. Cosa puoi dirci della tua vena teatrale?

R. Scelgo il dialogo perché permette al lettore di “vedere” la scena e dunque una comprensione immediata.

Daniela Mancini presenta il romanzo PER DISTRAZIONE alla mostra del libro di Torino nel 2018

D. Da qualche anno hai iniziato a scrivere romanzi polizieschi. Cosa ti ha spinto a farlo?

R: Il giallo mi consente di parlare delle persone, dei loro pregiudizi, delle loro attese e delusioni, senza ripetermi.  

La scrittrice consegna le sue opere ai funzionari responsabili della diffusione della cultura italiana negli Usa presso l’ambasciata italiana a Washington nel 2018


D. Nell’ambito del genere poliziesco vi sono ormai molti autori toscani, che ambientano nella nostra regione le loro storie. Ti capita di confrontarti con queste opere?

R. Ogni scrittore ha le proprie specificità e sensibilità e perciò ognuno è diverso dall’altro.

Copertina di L’OMBRA DELLA SERA, primo romanzo giallo, pubblicato nel 2021

D. Venendo ai romanzi polizieschi, comincerei a chiederti come sei arrivata a dare loro il titolo, sul significato dei quali il lettore conserva la curiosità fino quasi alla conclusione della storia?

R. Il titolo fa riferimento al testo, nel caso di CONCAVO O CONVESSO vuol significare che non c’è un solo punto con cui inquadrare la verità, come la superficie di una sfera appare concava da dentro e convessa da fuori.

Presentazione del romanzo L’OMBRA DELLA SERA alla Villa Medicea di Cerreto nel 2021

D. Nelle descrizioni degli ambienti, soprattutto urbani, non manca mai il riferimento al livello sociale dei loro abitanti. Da cosa nasce questa tua scelta artistica?

R. Descrivo gli ambienti che conosco meglio di cui posso individuare le varie dinamiche. Dovendo attribuire i miei polizieschi a una tipologia la definirei quella del Giallo sociale.

Copertina del romanzo CONCAVO O CONVESSO, pubblicato presso Pacini Editore nel febbraio 2026. L’immagine è tratta dal dipinto di Ugo Levita dal titolo “Attendimi”

D. Mi ha sorpreso favorevolmente il rigore scientifico con cui nel primo romanzo descrivi le attività e i riscontri dell’anatomopatologo, mentre nel nuovo romanzo spicca la competenza sul mondo digitale e sull’intelligenza artificiale. Come sei arrivata a questa felice resa letteraria?

R. Ho studiato molto, ho consultato esperti del settore. Ritengo che chi scrive gialli contemporanei non può prescindere da queste conoscenze che intendo però presentare di facile comprensione per il lettore.

D. Vorrei poi chiederti come hai costruito i componenti della squadra investigativa, ai quali hai dedicato un’approfondita analisi psicologica nel primo romanzo, cui ha fatto seguito una forte caratterizzazione linguistica nel secondo.

R. Ho inteso costruire una squadra investigativa verosimile in cui gli agenti, provenienti da varie regioni d’Italia, siano individuati facilmente dal lettore.

D. E la gattina Juve, inquilina della Questura che potrebbe ricordare anche il gatto Palla della squadra di Adamsberg della Vargas, è spia di una fede calcistica?

R. Per la micetta non ci sono riferimenti letterari, il nome mi è sembrato adatto perché gli agenti, per lo più non toscani, è presumibile che siano tifosi bianco-neri. Io resto devota alla Fiorentina…

D. A condurre le indagini è una coppia di investigatori, un uomo e una donna. Comincerei dall’ispettore Lamanna, il cui cognome ricorda quello dell’autore di un vecchio e rinomato manuale di filosofia. Il digital divide, accentuato dall’intelligenza artificiale, è per lui un cruccio, ma il personaggio per il resto è davvero ricco di sfaccettature. A chi ti sei ispirata?

R. Per il nome dell’ispettore non mi sono ispirata a nessun personaggio storico o letterario, ho scelto il nome Lamanna perché conoscevo un Lamanna, arrivato a Lazzeretto dalla Sicilia tanti anni fa, che si era integrato benissimo e da tutti è stato riconosciuto persona di grande valore umano.

D. Prima inter pares è senza dubbio Irene Gando, la giovane commissaria piemontese assegnata suo malgrado alla Questura di San Zanobi. Potresti schizzarne un sintetico profilo e dirci se per caso in lei c’è qualcosa dell’autrice?

R. Irene è una giovane commissaria arrovellata da sensi di colpa che le hanno impedito a lungo di stringere legami di amicizia fuori e dentro il commissariato. Ritiene che solo buttandosi nel lavoro potrà placarli. In molti dei protagonisti c’è qualcosa di me, di ciò che ero, di quello che sono diventata, di quello che mi immagino di essere in futuro.

D. Il lettore noterà che le principali figure femminili, dalla stessa Gando alla Signori, da Elisa a “Bona”, per un motivo o per un altro sono sentimentalmente inappagate. C’è una ragione specifica per questa loro condizione.

R. Parafrasando Tolstoj direi che se tutte le donne felici sono simili quelle infelici sono infelici ognuna a modo suo.

D. Nel nuovo romanzo compaiono alcuni adolescenti, studenti certo non modello ma straordinariamente preparati nell’uso degli ultimi ritrovati tecnologici. Dato che la scuola ha avuto una grande importanza nella tua vita, proprio partendo da queste caratterizzazioni ti chiederei di concludere questa chiacchierata dandoci un parere sull’attuale situazione dei giovani impegnati nei processi formativi.

R. I giovani si sentono soli, credo che la scuola debba innanzitutto ascoltarli e aiutarli a ristabilire relazioni sane. Per loro vale oggi l’assioma “Nessuno si salva da solo”. Noi adulti dobbiamo vedere in loro le potenzialità positive che non dubito ognuno possiede.

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Intervista a Giovanna Maccari, Premio Garfagnana in Giallo 2024

Giovanna Maccari vive a Bologna e vi ambienta le sue storie poliziesche. Ma il fatto di avere vinto il più importante Premio letterario toscano di genere – il Garfagnana in Giallo 2024 per i romanzi inediti -, di averlo poi con un Editore toscano – Tralerighe di Lucca -, di poter vantare un cognome che in Toscana evoca importanti esperienze artistiche, e da ultimo di averci onorato di una serie di presentazioni della sua opera nel nostro territorio, l’ha resa una delle “signore in giallo” da conoscere meglio tramite un’intervista.

Giovanna Maccari

Hai l’onore di essere la prima scrittrice che viene intervistata su questo sito. Mi sembra doveroso quindi chiederti quando hai iniziato a scrivere.

G. M. Ho iniziato a scrivere da che me lo hanno insegnato. Sono stata una bambina sensibile, riflessiva e un pò ribelle, il che mi ha spesso reso come una voce fuori dal coro. Così, oltre a giocare con i coetanei e a praticare sport, già dalle elementari sentivo l’esigenza di esprimermi in un luogo protetto come la scrittura. Quindi intanto un rifugio. Ho iniziato a tenere un diario e a buttare giù le prime poesie che amavo anche leggere a partire da quelle di Alda Merini per poi approdare, più tardi, alla scapigliatura francese con i tutti i suoi poeti maledetti primo fra tutti Charles Baudelaire.Ad affidare le confidenze su di me a un taccuino che, come un vero amico, accoglieva in silenzio e senza giudicare tutto ciò che mi passava per la mente in quel momento alternandolo allo scambio di lettere con gli amici più cari che rivedevo ogni estate, continuando per tutta l’adolescenza fino agli anni dell’Università. Con la mia nonna materna, invece, ci siamo scritte fino alla fine dei suoi giorni, anche solo biglietti in cui scambiavamo auguri di ogni genere soprattutto al di fuori delle feste comandate. Era il modo che avevamo di fare sentire all’una la presenza dell’altra. Mi sono dunque iscritta a Giurisprudenza a Bologna, città che, dal Veneto, non ho più lasciato, con l’intenzione di diventare magistrato e come alternativa alla facoltà di Lettere che sembrava dare meno sbocchi ma restava il sogno proibito. Avevo un fidanzato all’epoca che come me aveva fatto la stessa identica scelta e così, da “giuristi per caso”, continuavamo a parlare e condividere la bellezza della letteratura. Laureata in corso nel 1999 sarò breve nel dire che dall’ambito giuridico a quello delle risorse umane, i ruoli ricoperti erano un bilanciamento perfetto di attività scrittura e attività di relazione.

Nella tua biografia si legge però che un ruolo importante lo ha giocato anche la partecipazione a un corso di scrittura creativa tenuto da un autore di notevole spessore.

G. M. Esatto, nel 2011, dopo la stabilizzazione e i primi traguardi importanti, entro di nuovo in crisi: alcune collaborazioni si chiudono e si riaffaccia in me, prepotente, la tentazione di mettere su carta qualcosa ma questa volta al solo scopo di divertirmi e divertire, con una bella storia, chi legge. Così frequento un corso di scrittura creativa tenuta dall’autore Gianluca Morozzi (di padre toscano e divenuto poi il mio editor di fiducia e prima ispirazione noir con “Black out” e “Cicatrici”) per giocare un po’ ma intanto si riaccende la fantasia e il coraggio di intessere i primi racconti rosa che pubblico qualche anno dopo su riviste femminili a tiratura nazionale.

Giovanna dopo la vittoria di un Premio per racconti

Questo battesimo, insieme alla scrittura di un monologo per un laboratorio teatrale, daranno vita alla stesura del mio primo romanzo “Baci sparsi” un epistolare ambientato a Parigi negli anni ’50 e pubblicato nel 2018. Vi si narra la storia di una giovane donna realizzata e in procinto di sposarsi che rimette in discussione la sua vita al rientro del suo migliore amico dalla Cina.

E questo è stato per certi versi il tuo trampolino di lancio.

G. M. Proprio così, le presentazioni un pò in tutta Italia e la pubblicazione di altri racconti, spaziando tra i generi fantascienza, noir o tributi all’Emilia Romagna o al cinema e pubblicati su antologie con autori vari mi hanno fatto approdare alla stesura, lunga e sofferta, di C-rush..

Questo romanzo ha trionfato al Garfagnana in Giallo 2024 come migliore inedito per uscire poi per i tipi di Tralerighe Editore di Lucca nel maggio 2025 al Salone del libro di Torino. Per la stesura, oltre ai consueti fatti di cronaca e personali a farmi da guida, ho spaziato in tutto il genere noir italiano a partire dall’immenso Giorgio Scerbanenco passando da Manzini a Genisi per poi approdare definitivamente a Carlotto e Carofiglio, mie attuali ed esclusive fonti di ispirazione.

Puoi anticipare qualcosa sulle opere a cui sta lavorando attualmente?

G. M. Già pronto il seguito come parte della saga noir ambientata tra Bologna e altre città d’Italia, è in stesura il terzo romanzo. E se per me scrivere è un enorme parco giochi in cui far correre la fantasia e la possibilità di esprimermi cambiando giostra a seconda del genere di cui voglio trattare per smontare e risalirci sopra quando mi è tornata voglia. Il noir è, insieme, denuncia di fatti rilevanti a livello sociale (precariato, disabilità, sanità, fecondazione assistita) e della cui cronaca il giornalismo non si occupa (quasi) più e introspezione dei personaggi, specie di quelli degli investigatori della Secret, agenzia bolognese nelle cui dinamiche dell’animo umano potersi ritrovare e riconoscere. Una sorta di famiglia nata per caso e con a capo Cavina, ex collaboratore dei pool antimafia, ma anche Veneranda Giusti e Matteo detto Ilminchia per via di una goffaggine di fondo a cui solo il tempo renderà giustizia. Dinamiche dell’animo umano in cui ciascun di noi può specchiarsi: trovare la propria strada un po’ alla volta, desiderare una ricompensa (che non arriva mai) per l’impegno profuso, trovare conforto negli affetti sinceri, cadere e rialzarsi mille volte, anche quando si è stanchi e disillusi. Il noir è questo, una dimensione buia dalle cui fessure intravedere la luce. O forse molto di più. Condividerne gli aspetti con lettori voraci e curiosi è ciò che per me completa il cerchio.

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