Tutto tranne che… parlare troppo dello scrivente, dando piuttosto importanza agli argomenti e casomai la parola a coloro che vorranno intervenire non solo per commentare ma anche per scrivere essi stessi dei contributi.
Tutto tranne che…. la scopiazzatura di siti o blog già esistenti, piuttosto il tentativo di battere strade meno consuete, interessandosi ad argomenti curiosi e specifici, con un marcato gusto della extra-vaganza anche su aree marginali del giallo, in particolar modo toscano, o su aspetti della produzione letteraria comunque ad esso riconducibili.
Tutto tranne che… l’ennesima occasione per i leoni da tastiera di sputare le loro sentenze contro questo o quello. Da parte mia piuttosto il massimo rispetto per gli Autori e per le opere, gli uni e le altre certamente criticabili ma sempre dentro i limiti del buon gusto. In questo senso va la scelta di filtrare i commenti prima di pubblicarli, proprio al fine di evitare spiacevoli equivoci.
Tutto tranne che…. un susseguirsi solo di articoli, piuttosto un dare voce mediante apposite interviste a figure impegnate nella produzione letteraria del mystery non meno che nella sua fruizione più accorta.
Tutto tranne che… una tediosa lungaggine.
Buona lettura e, ancor più, buona partecipazione al blog.
Giovanna Maccari vive a Bologna e vi ambienta le sue storie poliziesche. Ma il fatto di avere vinto il più importante Premio letterario toscano di genere – il Garfagnana in Giallo 2024 per i romanzi inediti -, di averlo poi con un Editore toscano – Tralerighe di Lucca -, di poter vantare un cognome che in Toscana evoca importanti esperienze artistiche, e da ultimo di averci onorato di una serie di presentazioni della sua opera nel nostro territorio, l’ha resa una delle “signore in giallo” da conoscere meglio tramite un’intervista.
Giovanna Maccari
Hai l’onore di essere la prima scrittrice che viene intervistata su questo sito. Mi sembra doveroso quindi chiederti quando hai iniziato a scrivere.
G. M. Ho iniziato a scrivere da che me lo hanno insegnato. Sono stata una bambina sensibile, riflessiva e un pò ribelle, il che mi ha spesso reso come una voce fuori dal coro. Così, oltre a giocare con i coetanei e a praticare sport, già dalle elementari sentivo l’esigenza di esprimermi in un luogo protetto come la scrittura. Quindi intanto un rifugio. Ho iniziato a tenere un diario e a buttare giù le prime poesie che amavo anche leggere a partire da quelle di Alda Merini per poi approdare, più tardi, alla scapigliatura francese con i tutti i suoi poeti maledetti primo fra tutti Charles Baudelaire.Ad affidare le confidenze su di me a un taccuino che, come un vero amico, accoglieva in silenzio e senza giudicare tutto ciò che mi passava per la mente in quel momento alternandolo allo scambio di lettere con gli amici più cari che rivedevo ogni estate, continuando per tutta l’adolescenza fino agli anni dell’Università. Con la mia nonna materna, invece, ci siamo scritte fino alla fine dei suoi giorni, anche solo biglietti in cui scambiavamo auguri di ogni genere soprattutto al di fuori delle feste comandate. Era il modo che avevamo di fare sentire all’una la presenza dell’altra. Mi sono dunque iscritta a Giurisprudenza a Bologna, città che, dal Veneto, non ho più lasciato, con l’intenzione di diventare magistrato e come alternativa alla facoltà di Lettere che sembrava dare meno sbocchi ma restava il sogno proibito. Avevo un fidanzato all’epoca che come me aveva fatto la stessa identica scelta e così, da “giuristi per caso”, continuavamo a parlare e condividere la bellezza della letteratura. Laureata in corso nel 1999 sarò breve nel dire che dall’ambito giuridico a quello delle risorse umane, i ruoli ricoperti erano un bilanciamento perfetto di attività scrittura e attività di relazione.
Nella tua biografia si legge però che un ruolo importante lo ha giocato anche la partecipazione a un corso di scrittura creativa tenuto da un autore di notevole spessore.
G. M. Esatto, nel 2011, dopo la stabilizzazione e i primi traguardi importanti, entro di nuovo in crisi: alcune collaborazioni si chiudono e si riaffaccia in me, prepotente, la tentazione di mettere su carta qualcosa ma questa volta al solo scopo di divertirmi e divertire, con una bella storia, chi legge. Così frequento un corso di scrittura creativa tenuta dall’autore Gianluca Morozzi (di padre toscano e divenuto poi il mio editor di fiducia e prima ispirazione noir con “Black out” e “Cicatrici”) per giocare un po’ ma intanto si riaccende la fantasia e il coraggio di intessere i primi racconti rosa che pubblico qualche anno dopo su riviste femminili a tiratura nazionale.
Giovanna dopo la vittoria di un Premio per racconti
Questo battesimo, insieme alla scrittura di un monologo per un laboratorio teatrale, daranno vita alla stesura del mio primo romanzo “Baci sparsi” un epistolare ambientato a Parigi negli anni ’50 e pubblicato nel 2018. Vi si narra la storia di una giovane donna realizzata e in procinto di sposarsi che rimette in discussione la sua vita al rientro del suo migliore amico dalla Cina.
E questo è stato per certi versi il tuo trampolino di lancio.
G. M. Proprio così, le presentazioni un pò in tutta Italia e la pubblicazione di altri racconti, spaziando tra i generi fantascienza, noir o tributi all’Emilia Romagna o al cinema e pubblicati su antologie con autori vari mi hanno fatto approdare alla stesura, lunga e sofferta, di C-rush..
Questo romanzo ha trionfato al Garfagnana in Giallo 2024 come migliore inedito per uscire poi per i tipi di Tralerighe Editore di Lucca nel maggio 2025 al Salone del libro di Torino. Per la stesura, oltre ai consueti fatti di cronaca e personali a farmi da guida, ho spaziato in tutto il genere noir italiano a partire dall’immenso Giorgio Scerbanenco passando da Manzini a Genisi per poi approdare definitivamente a Carlotto e Carofiglio, mie attuali ed esclusive fonti di ispirazione.
Puoi anticipare qualcosa sulle opere a cui sta lavorando attualmente?
G. M. Già pronto il seguito come parte della saga noir ambientata tra Bologna e altre città d’Italia, è in stesura il terzo romanzo. E se per me scrivere è un enorme parco giochi in cui far correre la fantasia e la possibilità di esprimermi cambiando giostra a seconda del genere di cui voglio trattare per smontare e risalirci sopra quando mi è tornata voglia. Il noir è, insieme, denuncia di fatti rilevanti a livello sociale (precariato, disabilità, sanità, fecondazione assistita) e della cui cronaca il giornalismo non si occupa (quasi) più e introspezione dei personaggi, specie di quelli degli investigatori della Secret, agenzia bolognese nelle cui dinamiche dell’animo umano potersi ritrovare e riconoscere. Una sorta di famiglia nata per caso e con a capo Cavina, ex collaboratore dei pool antimafia, ma anche Veneranda Giusti e Matteo detto Ilminchia per via di una goffaggine di fondo a cui solo il tempo renderà giustizia. Dinamiche dell’animo umano in cui ciascun di noi può specchiarsi: trovare la propria strada un po’ alla volta, desiderare una ricompensa (che non arriva mai) per l’impegno profuso, trovare conforto negli affetti sinceri, cadere e rialzarsi mille volte, anche quando si è stanchi e disillusi. Il noir è questo, una dimensione buia dalle cui fessure intravedere la luce. O forse molto di più. Condividerne gli aspetti con lettori voraci e curiosi è ciò che per me completa il cerchio.
L’enigma Boccaccio è una delle ultime opere di Lucia Ferrigno, versatile scrittrice campana dedita in particolare a romanzi noir, che ha tratto ispirazione per questa fatica letteraria proprio da una visita a Certaldo per la presentazione di un suo libro.
Due piani narrativi, quello della Toscana dei giorni nostri, in particolare Certaldo e Firenze, e quello della vita di Boccaccio, seguendolo nei diversi luoghi da lui frequentati, si alternano sapientemente nella trama. Con abilità narrativa la scrittrice immerge Boccaccio e il lettore nei molteplici aspetti dell’universo tardo medievale, andando a recuperare anche quella vena millenaristica che trova nelle profezie di Gioacchino da Fiore un culmine ineludibile. Come nelle opere dei maestri del giallo-noir storico, a partire da Umberto Eco in “Il nome della Rosa”, personaggi storici reali si alternano a figure di pura fantasia, con ricchezza di fonti documentarie e significative citazioni a intessere la trama. Semmai, mentre quelle che nello scrittore alessandrino erano possibili metafore del nostro presente – poniamo i dolciniani come correlativo oggettivo dei terroristi degli anni di piombo – , nel testo della Ferrigno grazie all’indefinita profondità temporale della visione profetica molti temi trattati ricollegano direttamente i due periodi storici.
Ad esempio la peste nera del 1346-1353 che tanti riflessi ha avuto sulla genesi e su importanti brani del “Decameron”, richiama inevitabilmente lo shock prodotto di recente dal Covid; e poi le crisi finanziarie che, per l’insolvenza dei Re, travolgono le Compagnie bancarie dei Bardi e dei Peruzzi, trovano non senza ragione riscontro nell’incertezza del mercato globale, esposto a investimenti tanto ingenti quanto incontrollabili. E infine l’affermarsi di un regime autocratico e illiberale, che malauguratamente oggi in molti paventano sia alle porte, trova nel modello assolutistico nella setta dei “Leviatani” di hobbesiana memoria i terribili fautori.
Ma quelli suddetti sono semplici spunti: conviene infatti lasciare al lettore del romanzo il compito di scoprire, insieme ai giornalisti e ai poliziotti dei nostri giorni impegnati nell’indagine, a cosa alludesse realmente la prophetia nascosta nelle pergamene di Giovanni Boccaccio.
Boccaccio in un dipinto di Andrea del Castagno
A renderlo partecipe di questo enigmatico vaticinio, che il Certaldese custodirà con ogni cura, è l’amata Fiammetta. Nel romanzo questa figura viene fatta coincidere senza alcun dubbio con Maria d’Aquino, figlia naturale di Roberto d’Angiò, la quale avrebbe aperto al giovane scrittore le porte della corte napoletana permettendogli anche di conoscere alcuni membri di quel cenacolo intellettuale che la frequentavano.
Fiammetta, enigma essa stessa, per molti versi emblema di quel potentissimo e vitalissimo mistero che chiamiamo Amore, è in realtà il motivo che percorre il romanzo come già gran parte dell’opera di Boccaccio, dando un senso ai moti d’animo dello scrittore, ai suoi slanci e alle cocenti delusioni, alle diverse creazioni artistiche, alla parabola letteraria e agli stessi spostamenti da un luogo all’altro. Anche l’ultimo viaggio fatto dal Certaldese a Napoli nel 1371 diventa nel romanzo l’occasione per visitare la tomba di Roberto d’Angiò nella chiesa di Santa Chiara e insieme per ricordare i fremiti giovanili e la passione per Fiammetta, inquadrati ora nella prospettiva religiosa di una pace oltremondana.
La vicenda contemporanea di questo intrigante romanzo, con il suo delitto e i suoi colpi di scena, si snoda prevalentemente nel borgo valdelsano di Certaldo, ora nelle campagne limitrofe o in un’immaginaria redazione del “Corriere di Certaldo” nella sua parte bassa, ora nelle ombrose stanze di casa Boccaccio o dell’ex convento degli Agostiniani nella parte alta.
La città partenopea fa invece la parte del leone nello sviluppo del periodo medievale, a sua volta segnato da ben due omicidi; ma, oltre alla corte angioina, agli intrighi, ai monumenti e alla vita quotidiana che si svolgeva nella città all’epoca, Lucia Ferrigno non manca di descrivere in maniera vivida e spesso lirica la meravigliosa cornice del golfo di Napoli in cui sboccia l’amore tra il giovane Boccaccio e la bella Fiammetta.
Sul piano stilistico, l’andamento narrativo nel romanzo si alterna, a tratti fin quasi a fondersi, con quello saggistico. In omaggio alla raffinatezza stilistica di Boccaccio, dal cui scrittoio si immagina sia uscita l’enigmatica pergamena al centro della vicenda, la Ferrigno non esita a disseminare locuzioni latine e chiede ai suoi personaggi un eloquio molto controllato, a tratti quasi forbito. E, forse in omaggio al succitato romanzo di Umberto Eco, mette all’inizio di ogni capitolo un breve sunto degli avvenimenti che in esso si svolgeranno.
Vincenzo – Enzo per parenti e amici – Galati è un autore di romanzi giallo-noir, di cui ben due sono ambientati in Toscana. Lo ringraziamo quindi della sua disponibilità nel rispondere alle sollecitazioni di questa intervista, nella quale si può cogliere la poetica di Enzo insieme a aspetti biografici e esperienze di lettore che hanno contribuito a dare un timbro personale alla sua opera.
Enzo Galati
D.L’assunto che ogni scrittore debba essere prima di tutto un buon lettore ti trova d’accordo?
E. G. Credo che prima di imparare a scrivere, si impari a leggere. E non intendo solo decifrare le parole su una pagina, ma proprio leggere il mondo, gli altri, le storie che ci passano accanto. Per me la lettura è stata la porta d’ingresso in quella dimensione. Uno dei primi libri che ricordo di aver letto – e riletto più volte, a diverse età – è Il piccolo principe. Me lo fecero scoprire alle elementari, e da allora non l’ho più lasciato andare. Ogni volta che lo riprendo in mano, mi sembra di leggere un libro diverso, come se fosse lui a crescere con me. Alle medie, invece, arrivò la folgorazione: la biblioteca di classe. C’erano quei volumetti gialli con il logo del “Giallo Mondadori per ragazzi” e io, ingenuamente, pensai che “giallo” fosse solo il colore della copertina. Scoprii presto che dentro quelle pagine si noto un mondo di misteri, colpi di scena e ragionamenti logici che mi affascinavano più di qualsiasi lezione. Poi arrivarono gli anni delle superiori e, con loro, Agatha Christie. Lì capii che non si trattava solo di leggere per passatempo: ero entrato in un universo dove ogni dettaglio contava, ogni parola poteva essere una trappola, e la mente dell’autore era il vero luogo del delitto. Negli ultimi anni delle superiori ho iniziato a divorare libri come altri fumavano sigarette, complice anche qualche insegnante “illuminato”, di quelli capaci di farti amare un romanzo senza trasformarlo in un compito. All’università, poi, feci un giro più largo. Lessi tantissimo, ma quasi niente di giallo. Mi immersi nella narrativa italiana, soprattutto i grandi del Novecento e gli autori degli anni ’80 e ’90, la scrittura che raccontava le nostre città, i paesi, le famiglie, i piccoli mondi quotidiani dove si riflettono le nostre abitudini, i nostri vizi e le nostre virtù. Erano gli anni ’90 anche per me, e forse cercavo di capire chi fossimo noi italiani attraverso quei personaggi e quei luoghi, più che attraverso la cronaca o la politica. Poi, una ventina d’anni fa, il cerchio si è chiuso: ho riscoperto il giallo. Ma con occhi diversi. Oggi, tra cartacei, e-book e audiolibri, divoro una cinquantina di titoli l’anno, e almeno il settanta per cento sono gialli. Italiani, soprattutto. Perché il mistero, quando parla il nostro linguaggio e si muove tra le nostre città, diventa più vero, più vicino, più inquietante.
D. E il passo fatale verso la scrittura come è avvenuto?
E.G. Credo che dalla passione per la lettura sia nata, quasi in modo naturale, anche quella per la scrittura. In realtà, ho sempre scritto. Fin dalla prima elementare riempivo quaderni di parole, frasi, filastrocche, piccoli testi: le parole mi hanno sempre affascinato, e i giochi di parole ancora di più. Scrivere, per me, è sempre stato qualcosa di naturale, un modo per esprimermi. Quando a scuola c’era il tema, per me era una festa: mentre i miei compagni si disperavano, io non vedevo l’ora di iniziare. Però non mi sono mai cimentato davvero con racconti o romanzi fino all’alba del nuovo secolo: prima, la scrittura era più un compagno di viaggio, un esercizio di libertà, un modo per dare forma ai pensieri. Poi, dopo anni passati a leggere le storie degli altri, è arrivato il momento di restituire qualcosa, di mettermi dall’altra parte del foglio, quella dei racconti e, soprattutto, dei romanzi, che sono la forma che più sento mia. Forse scrivo per lo stesso motivo per cui ho iniziato a leggere: per cercare risposte. Non tanto alle grandi domande della vita, quanto a quelle più sottili, quelle che si nascondono nei comportamenti, nelle paure, nei silenzi delle persone. In fondo, ogni storia è un modo per provare a capire cosa si nasconde dietro le apparenze, dietro le scelte, dietro i misteri che abitano la quotidianità e anche la mente umana. E quelle risposte, spesso, le cerco intorno a me, nei luoghi, nelle persone, nelle atmosfere che conosco e che amo osservare Il mio ultimo romanzo, Il redentore, nasce proprio da questo: dal desiderio di raccontare un mistero immerso nel territorio senese, tra colline e silenzi, personaggi e curiosità che attingono dal reale. Perché la provincia, con i suoi ritmi e i suoi segreti, è il posto ideale dove i misteri più profondi sanno ancora nascondersi bene.
D. Parlavi giustamente di ultimo romanzo. In effetti hai già alle spalle una copiosa produzione d opere. Potresti fare una sintetica descrizione del tuo percorso artistico?
E. G. Prima di arrivare a Il redentore ho fatto un percorso un po’ erratico, come quei personaggi che partono senza sapere bene dove li porterà la storia.
Il mio primo romanzo, Lo strano mistero di Torre Mozza, nasce proprio da un posto che conosco da tanti anni: Torre Mozza, sulla costa grossetana, dove andavo spesso ancor prima di trasferirmi in Toscana. Aveva tutto quello che serviva per un giallo: una torre, il mare, un po’ di vento, e quella strana sensazione che certi luoghi ti fanno, come se dietro la bellezza si nascondesse qualcos’altro. È stato quasi naturale ambientare lì la mia prima indagine: in fondo, si inizia sempre da ciò che ci è familiare, o che ci inquieta al punto giusto.
Poi ho fatto un salto verso casa, tornando in Liguria. Sono nato e cresciuto a Genova, e credo che prima o poi ogni scrittore finisca per fare i conti con i propri luoghi d’origine. Nel mio caso, però, non volevo affrontarli con toni cupi o troppo drammatici: così sono nati i miei cozy crime. Cinque romanzi — Chi non muore, Beata gioventù, Dal letame nascono i fiori, Alla fine della giostra e Come luna per le maree — che mi hanno permesso di raccontare un’altra faccia della Liguria: quella ironica, quotidiana, fatta di vicoli, personaggi sopra le righe, e segreti che sembrano piccoli… finché non inizi a tirarne il filo.
Perché scegliere proprio Genova e dintorni? Perché è impossibile uscirne davvero. È una terra che ti resta addosso: ruvida, stretta tra mare e monti, con quella sua luce obliqua che sembra fatta apposta per fare da sfondo a un mistero. E poi perché, diciamolo, i liguri sono personaggi perfetti per un giallo: diffidenti al punto giusto, ironici senza volerlo e imprevedibili quando meno te lo aspetti.
Insomma, prima di arrivare alle ombre senesi de Il redentore, sono passato attraverso mare, scogliere, vicoli, torri costiere e personaggi che sembrano usciti da una sagra di paese. Tutto materiale prezioso per uno che, come me, ha sempre creduto che le storie migliori nascano esattamente lì: nei luoghi che conosci, e che ti conoscono fin troppo bene.
D.In Toscana però da qualche anno sei anche venuto a vivere. Come si è sviluppato il tuo rapporto con questa particolare regione?
E. G. Diciamo che non è stato proprio un percorso spirituale, ecco. Niente eremi sul Monte Amiata né ritiri meditativi in mezzo ai cipressi. Il mio avvicinamento alla realtà toscana è stato più… pratico. È stato comunque un viaggio pieno di scoperte, e di qualche “boncitto!” sentito nei momenti giusti (e sbagliati).
Prima tappa: imparare la musica dell’accento senese.
All’inizio pensavo fosse solo un modo elegante di allungare le parole. Poi ho capito che no: è un ritmo. Una specie di cantilena che può essere dolce come un saluto o affilata come una battuta sarcastica. Mi sono fatto l’orecchio tra i colleghi, nelle botteghe, in coda al forno: un master accelerato in fonetica senese applicata.
Seconda tappa: la campagna, quella vera.
Niente cartoline da rivista: parlo della campagna di strade bianche che cambiano forma dopo ogni temporale, del rumore del vento che corre nei campi, delle colline che al mattino sembrano sospese tra foschia e poesia involontaria. Lì ho capito che la provincia senese ha un carattere proprio: quieta, ma con una personalità che non fa sconti.
Terza tappa: modi di dire e saggezza contadina.
Li ho raccolti come piccoli tesori linguistici. Alcuni li ho capiti subito, altri dopo giorni. Altri ancora penso di non averli capiti davvero… ma allo stesso tempo sì, perché a Siena certe frasi funzionano più per atmosfera che per grammatica.
Quello che è certo è che in provincia si dice molto anche quando si parla poco, e spesso le frasi più innocue contengono più giudizio di una sentenza.
Quarta tappa: respirare Siena senza fare il turista.
Ho camminato tanto. Dalle contrade a Piazza del Campo. Ho ascoltato il passo di chi vive qui tutto l’anno: lento dove serve, rapido quando deve. Ho imparato che ogni vicolo ha un carattere, ogni porta una storia, ogni bar un confidente. E che il caffè, a Siena, non è una bevanda: è una pausa strategica.
Quinta tappa: lasciare che tutto questo entrasse nella scrittura.
Ho portato dentro le pagine la luce che arriva radente sulle mura, le ombre fresche dei vicoli, il silenzio della campagna interrotto solo dai trattori distanti, e quella schiettezza elegante — sì, elegante — con cui la gente della provincia sa dire le cose.
Volevo che i personaggi non “imitassero” i senesi: volevo che respirassero come loro.
Risultato?
Non so se posso dire di essermi calato nella realtà senese. Probabilmente è stata la realtà senese a calarsi in me… e a mettersi comoda, come se fosse casa sua.
Nel frattempo, però, nel mezzo di questo percorso, qualcosa di curioso è successo: le mie due terre — Genova, quella dove sono nato e cresciuto, e Siena, quella che mi ha adottato — hanno deciso di incontrarsi da sole, senza chiedere permesso. È successo quando Chi non muore, un romanzo ambientato tra vicoli e caruggi, ha vinto il premio della giuria al Premio letterario Città di Siena. Una specie di “stretta di mano” fra le due città: Genova ha bussato alla porta, Siena ha aperto… e da allora credo che si siano messe d’accordo per condividersi i miei personaggi.
D. A parte lo stimolo che possono dare i Premi letterari, con quali letture alimenti oggi la tua vena creativa?
E. G. Negli ultimi anni ho sviluppato una vera e propria dipendenza da gialli italiani. È una scelta quasi obbligata, direi: quando un genere ti somiglia così tanto, finisci per cercarlo ovunque. Come già detto, divoro più di cinquanta titoli l’anno — cartacei, digitali, audiolibri… se potessi assorbirli per osmosi, probabilmente lo farei — e una percentuale bulgara finisce inevitabilmente nella sezione “Made in Italy”.
Perché proprio i gialli italiani? Be’, credo perché hanno qualcosa che gli altri non hanno: un carattere. Non parlo solo delle ambientazioni o dei dialetti (anche se aiutano), ma di quel modo tutto nostro di mescolare ironia e disincanto, umanità e tragedia, tensione e quotidianità. Il giallo italiano non è solo un mistero da risolvere: è una finestra aperta sulle persone. E io, nelle storie, cerco proprio questo: l’ombra e la luce che si danno battaglia dentro i personaggi.
Poi c’è un’altra verità, forse meno poetica ma più pragmatica: i gialli italiani li capisco “a orecchio”. Quel modo di parlare, di muoversi, di discutere, quella gestualità involontaria… se metti un personaggio italiano sulla pagina, io lo sento parlare nella testa. Un detective americano mi piace molto, per carità, ma un maresciallo italiano che indaga in provincia… be’, gioca in casa.
E a proposito di casa: amo profondamente il giallo al femminile. In Italia abbiamo una quantità impressionante di “signore del giallo”, vere regine del cozy crime e non solo. Per restare nella mia Liguria, ho un debole letterario dichiarato per Valeria Corciolani, che seguo sin dai suoi esordi. Ma adoro anche Alice Basso e Serena Venditto, che hanno portato eleganza, intelligenza e ironia nel genere come poche altre. E se ci spostiamo in territori più cupi, non posso non citare Barbara Baraldi, che non scrive noir: lo distilla.
Il bello è che in Italia le scrittrici di gialli non sono “tante”: sono tantissime. Al punto che a volte mi chiedo se non siano proprio loro, più degli uomini, ad aver trasformato il giallo in qualcosa di identitario.
E poi ci sono le mie due regioni. La Liguria, con i suoi vicoli stretti e i suoi orizzonti larghi, sembra fatta apposta per nascondere segreti: non stupisce che proprio qui siano nate alcune delle voci più brillanti del giallo italiano contemporaneo.
La Toscana, invece, è una terra dove il genere poliziesco ha una tradizione importante, soprattutto al maschile: scrittori solidi, riconosciuti, spesso capaci di trasformare la provincia in un palcoscenico complesso e affascinante.
Io, paradossalmente, con molti di loro non ho avuto modo di confrontarmi di persona. I miei scambi più frequenti — quelli in cui si parla di trame, personaggi e del perché le idee migliori arrivino sempre nel momento meno opportuni — sono spesso con autori di altre regioni. Ma questo non toglie nulla: anzi, forse conferma che il giallo italiano è un’unica grande famiglia… dispersa geograficamente, ma concentrata quando si tratta di coltelli, alibi e depistaggi.
In fondo, questa è la verità: leggo gialli italiani perché ogni autore, ogni autrice, porta un pezzo del nostro Paese dentro la storia. E quando li metti tutti insieme — Liguria, Toscana, Piemonte, Campania o Sicilia, non importa — ottieni un coro che per me è irresistibile. Un coro che parla di mistero, certo… ma anche di noi.
D. Siamo all’ultimo miglio, quello che riguarda “Il redento”re. Ti chiederei di dirci qualcosa circa spunto che ti ha ispirato, sulla tinta decisamente noir che hai dato all’opera, nonché sulla curvatura religiosa e sul rilievo che in essa, oltre a Siena, ha anche Firenze. Se ci sono poi domande che ancora nessuno ti ha fatto su questo romanzo, ti invito a sfruttare l’occasione per (auto)proporle.
E. G. Quando parlo de Il redentore mi sembra sempre di fermarmi un attimo prima di entrare in una stanza buia: so cosa ho messo lì dentro, ma ogni volta mi sorprende vedere come cambia, a seconda di chi lo guarda.
Lo spunto iniziale è nato come nascono le idee che non ti lasciano in pace: da una domanda semplice che, però, ha un’ombra molto lunga. Che cosa succede quando qualcuno confonde la redenzione con il controllo? Quando una convinzione – religiosa, morale, personale – invece di illuminare, acceca? Da lì è venuta la tinta noir del romanzo, quasi inevitabile. Era una storia che non poteva essere raccontata alla luce del sole: aveva bisogno di ombre, di silenzi, di quella tensione che in certi vicoli – reali o interiori – si attacca alla pelle.
La componente religiosa non nasce da un mio slancio spirituale. Con la fede ho un rapporto distaccato; la rispetto, ma non la frequento. Da scrittore, però, mi interessa moltissimo: le sue simbologie, i suoi riti, le sue contraddizioni sono un terreno narrativo vastissimo. In Il redentore la religione non consola e non guida: è una maschera. È il sipario dietro cui la follia si veste bene per sembrare altro. Il romanzo non parla di spiritualità, ma di cosa accade quando qualcuno usa quell’immaginario come strumento. È un gioco di specchi deformanti, non una lezione di catechismo.
E poi c’è la geografia del romanzo, che è un personaggio essa stessa. Siena dà il respiro cupo della provincia che non dimentica, che osserva, che giudica anche quando tace. Le colline intorno, i borghi, i silenzi… hanno un peso specifico nella trama. Firenze, invece, entra con un’energia diversa: è la città che si muove, che incrocia storie. È il luogo d’origine di mezza squadra investigativa, una squadra che arriva con il pragmatismo toscano, il passo deciso e quella capacità di guardarti come se avessero già capito se stai dicendo la verità o no. Le due città si parlano, si rispondono, in qualche modo si sfidano. Siena è l’enigma; Firenze è la lente che prova a decifrarlo.
E forse è proprio questo che mi piace de Il redentore: l’idea che ogni luogo – Siena con le sue ombre lunghe e Firenze con il suo passo più razionale – non sia soltanto un palcoscenico, ma una lente che distorce, amplifica, altera. E dietro quella lente, a un certo punto, tutti i personaggi sono costretti a guardare qualcosa di sé che non avevano mai davvero messo a fuoco.
Una domanda che nessuno mi ha ancora fatto?
“Forse la più semplice: chi è davvero il ‘redentore’ del titolo?”
Perché non è detto che coincida con il colpevole. Né con chi si crede dalla parte giusta. Il “redentore” può essere chi salva, o chi pensa di farlo. Chi manipola o chi si lascia manipolare. Nel romanzo ci sono più personaggi che, in modi diversi, provano a “redimere” qualcuno, o qualcosa. E la cosa divertente, almeno per me, è che il lettore potrebbe arrivare in fondo con un’idea diversa da quella da cui ero partito io.
E allora la domanda resta lì, senza risposta definitiva: chi merita davvero quel titolo?
Credo che ciascuno debba arrivare al suo personalissimo modo di decifrarlo.
Il dubbio con cui ci lascia l’autore, che nuovamente ringrazio per la ricchezza di elementi che ha fornito durante l’intervista, trova riscontro anche in due ironiche foto da lui messe in rete, nelle quali oscilla tra la parte di ladro e quella di segugio investigativo.
Vincenzo Galati è genovese di nascita ma da alcuni anni si è trasferito in Toscana, prima in Valdelsa poi nelle campagne della Val d’Orcia, e di tale trasferimento anche la sua attività letteraria ha finito per risentirne. I primi romanzi da lui pubblicati infatti, oltre a avere spesso un tono più leggero, erano ambientati nella sua Liguria, mentre la sua ultima fatica letteraria “Il redentore” è un crime thriller di forte impatto ambientato a Siena e dintorni.
In questa sua ultima opera Siena, lungi dall’essere una semplice cornice, acquista un notevole rilievo, grazie a una narrazione curatissima nella topografia e nel descrivere le sue emergenze artistiche non meno che puntuale nei riferimenti alle diverse contrade e ai risvolti palieschi. Certo, come ogni autore che si rispetti, anche Galati non rifugge da licenze poetiche , come quando immagina la presenza di un mercato ittico a Siena oppure colloca una conceria nella via principale di San Gimignano.
L’accostamento alla realtà senese è poi favorito dalla padronanza nello scrittore della colorita parlata toscana, che fiorisce di volta in volta sulla bocca di numerosi personaggi:
«O icché voi che anche il più incallito pervertito potesse trovallo attraente?»
«E se ’un è questo il legame tra le vittime, qual è allora?»
«’Un lo so, ma col tempo lo capiremo.»
«Secondo me dovremmo mette’ da parte tutti i pregiudizi e ricomincia’ da capo. Lara, forse finora un s’è capito ’na sega.»
«Sa com’è, senza lilleri ’un si lallera. Tra un pochino mi tocca abbassare il bandone.»
Questa ricchezza espressiva del discorso diretto tende però a diradarsi via via che l’indagine si sviluppa e il precipitare degli eventi forse consiglia l’uso di un lessico più preciso e di immediata comprensione nel lettore.
Su questo contesto ambientale, per più versi affascinante, cala l’ombra dell’assassino seriale. Sia Riccardo Pedraneschi (nel romanzo L’enigma dello scorpione) sia Fausto Tanzarella (nei romanzi Il cerchio del fantasma e I giorni del corvo) sia Luigi Bicchi ( nel romanzo I tarocchi di Costanza) hanno recentemente narrato casi di serial killer all’opera a Siena.
A caratterizzare l’opera di Galati, come appare evidente già dal titolo, è però la vena religiosa del maniaco criminale, per cui le citazioni bibliche nonché la descrizione di momenti liturgici costellano il testo.
Vincenzo Galati
Gli omicidi, spesso cruenti e efferati oltre che connessi da un preciso rituale, si susseguono in una sequenza insolitamente lunga in base all’ordine maniacale seguito dall’assassino. Su questa serie di delitti indaga un team di poliziotti composto quasi interamente da fiorentini, un po’ come Les Italiens di Pandiani all’opera a Parigi. A guidarli è il commissario Malaspina, che può vantare una brillante carriera allo SCO, finita poi in un vicolo cieco a causa del riemergere delle ombre del suo passato. I tormenti di Malaspina sono spesso al centro del racconto: abbandonato dalla moglie che mal tollerava la sua assoluta dedizione al lavoro, il suo animo è oppresso da sciagurate vicende giovanili capitate a Firenze, che l’hanno spinto a diventare poliziotto minando però al contempo le sue relazioni con i familiari.
Nella prima parte del romanzo la narrazione di questo passato fiorentino si snoda difatti in parallelo con lo svilupparsi dell’indagine, e intriga molto il lettore. Fino a che, interrompendosi senza fornire risposte su aspetti cruciali, lascia intendere che i nodi irrisolti sono destinati ad aggrovigliare la matassa delle indagini sui delitti senesi.
La parte finale del romanzo, peraltro piuttosto prevedibile almeno a partire dalla riproposizione del “bacio di Giuda”, conserva tutta la sua intensa drammaticità. E in effetti la soluzione del caso permetterà a Malaspina di fare fino in fondo i conti con i propri demoni interiori.
Esiste una copiosa produzione di cozy mystery in Germania ambientati in Italia e assai spesso in Toscana. Raramente però queste opere vengono tradotte in italiano, per cui pare opportuno soffermarsi su uno di questi rari casi. Si tratta di Morte a mezzogiorno di Valentina Morelli, prima di una lunga serie di opere ambientate nell’immaginaria San Commadità, paesino posto sulle rive del Serchio, a monte di Lucca ma non lontano dal litorale ligure. La Agfa Egmont purtroppo non ha finora dato seguito, dopo questa uscita del 2022, ad altre traduzioni, segno evidente della difficoltà di incontrare il gusto dei lettori italiani.
Valentina Morelli non nasconde certo le sue origini e per il pubblico dei lettori tedeschi già in copertina vellica le loro simpatie per il Bel Paese con una tipica espressione italiana (nel caso di questa serie di gialli è “dolce vita”). La protagonista dell’indagine è poi una suora, Isabella, che deve confrontarsi con l’imprevista morte di una sua consorella, Maria Raffaella, gettata da mani assassine giù dal campanile del convento di San Commadità. Isabella ha fin dall’infanzia una fede profonda e l’Autrice si rivela piuttosto abile nel ricostruire la sua psicologia e le sue radicate motivazioni nel seguire la vita monastica, e inoltre può contare su un intuito e uno spirito di osservazione molto sviluppati.
Sullo sfondo di un paesino di maniera con la figura ingombrante del Sindaco interessato a salvaguardare l’immagine di un abitato tranquillo ad aiutarla nelle indagini, che stentano ad avviarsi nel vano tentativo di ricondurre il delitto a una morte accidentale, è soltanto il giovane carabiniere Matteo Silvestri. Dotato di scarso acume ma di molta buona volontà, il carabiniere ha il merito di fidarsi delle intuizioni di Suor Isabella e di fornirle le informazioni a cui soltanto lui può attingere. Si trova peraltro ad essere l’unico effettivo di quell’avamposto di legalità e l’ambiente in cui opera non è certo dei più stimolanti:
La stazione dei carabinieri era poco più di un ufficio con attrezzature obsolete e una piccola cella di detenzione che, nel corso degli anni in cui era rimasta inutilizzata, era stata destinata a deposito di mobilio decrepito e computer ancora più vecchi.
Nonostante queste desolanti premesse, alla fine il carabiniere riuscirà, grazie al decisivo apporto di suor Isabella, a mostrarsi pienamente degno del ruolo di tutore della legge e a far crescere di molto la propria autostima. Nell’epilogo di questo primo romanzo tra suor Isabella e il giovane carabiniere si instaura un rapporto di autentica stima e di fiducia reciproca, con la consapevolezza di formare una squadra investigativa pronta ad affrontare tante altre prove.
Nell’ambito della letteratura poliziesca spetta certamente all’inglese Gilbert Keith Chesterton il merito, con il suo celeberrimo Padre Brown, di avere dato risalto agli investigatori in tonaca. A quel prototipo si sono in vario modo rifatti molti giallisti, da Ellis con il suo fratello Cadfael fino al don Michele Lepri di Enrico Solito. La suora più abile nel risolvere i delitti è però certamente Sorella Fidelma, personaggio creato da Peter Tremayne protagonista finora di ben ventotto romanzi e due raccolte di racconti Nei suoi gialli storici, ambientati nell’Irlanda e nell’Inghilterra del VII secolo, la religiosa scioglie misteri non di rado legati agli intrighi dei potenti.
In confronto le situazioni in cui viene coinvolta la Suor Maria Isabella di Valentina Morelli hanno implicazioni molto meno rilevanti , a partire proprio dall’uccisione della sua consorella, avvenuta come si scoprirà alla fine per motivi piuttosto banali.
Certamente nella tradizione letteratura italiana, Paese che Valentina Morelli considera la sua terra d’elezione, tornerebbe pure alla memoria la Gertrude manzoniana, la cui vicenda criminosa tra le mura di un chiostro è ispirata a un delitto realmente avvenuto, e il più recente Il nome della rosa di Umberto Eco. Viene però il sospetto che, dato che il carabiniere si chiama Matteo e Suor Maria Isabella si sposta in bicicletta, le ispirazioni della Morelli non siano state solo letterarie. Anche perché, oltre a Don Matteo televisivo, non si può negare che le suore investigatrici sul piccolo schermo siano più numerose che sulla carta stampata ( tra le altre Sister Boniface, costola proprio del Padre Brown televisivo, in Inghilterra, soeur Therese in Francia, la suor Angela di “Che Dio ci aiuti in Italia” e così via).
In ogni caso, se davvero le vie del Signore sono infinite, pare quantomai opportuno che i suoi ministri e le sue ministre battano anche quelle dell’acume investigativo per evitare che il Maligno trionfi.